Entro le mura del castello

Entro le mura del castello

Angelo Aldo Marchetti – 2010

 


Indice:


- Introduzione


- Cinque personaggi del castello tra Ottocento e Novecento


- Crolli e restauri


- Un cinema scomparso e un presepe che vive


- Quale avvenire per il nostro castello ?


- L’ingresso alla torre detta di Giorgione


 

torre civica castelfranco veneto

La banderuola di San Liberale, Patrono di Castelfranco, con il castello in mano sventola sopra la torre civica della città.

 

INTRODUZIONE

 

La nostra città ha avuto la fortuna di veder preservate nei secoli le proprie mura, che sono rimaste in qualche modo la sua “testa”, comprendendo al loro interno la sede dei simboli e poteri sia civile (il Municipio) che religioso (il Duomo) che culturale (il Teatro Accademico e la Biblioteca) laddove l’inusuale sviluppo della piazza del mercato vi ha ben presto spostato invece il suo “cuore” economico. Tuttavia le mura e l’area al loro interno non sono state solo sede dell’esercizio
di detti poteri, ma anche parte vitale del tessuto cittadino, con case, abitanti, e forse una loromaggior conoscenza potrebbe contribuire a capire e comprendere meglio il nostro passato, che è poi la radice del nostro presente e del nostro futuro. In queste poche pagine ho quindi preferito trascurare gli importanti edifici sopra ricordati, che già tanti hanno studiato con una competenza e una completezza certo maggiore di quella che avrei potuto proporre, per concentrarmi invece su una “storia minuta”, talvolta ai confini della cronaca dei tempi andati, e sulla possibilità – ed importanza – di una rivitalizzazione del centro storico. In una prima parte vengono tratteggiate le figure di cinque personaggi, molto diversi tra loro,ma tutti di rilievo per la realtà locale a cavallo tra ‘800 e ‘900, oggi purtroppo quasi sconosciuti, e che invece non dovrebbero venire dimenticati. Il tempo sedimenta e valorizza ma anche corrode: in una seconda parte, con riferimento a tre edifici collocati all’interno del castello, si è tracciato brevemente il percorso che ha portato ad un recupero in extremis del Teatro, ad un restauro fatto da privati di Casa Costanzo, e al crollo e perdita definitiva della cosiddetta “Corte delle Belle Donne”. I brevi accenni alla storia di un cinema scomparso e di un presepio che vive, sono spunti per introdurre il tema dell’importanza di una qualificazione delle stesse mura cittadine che ne consentano una nuova fruizione impedendone l’emarginazione dalla realtà vissuta nella città.
Penso che il pieno ritorno alla vita del nostro Castello sia importante per tutti noi cittadini e che nel contempo trovare i mezzi per realizzarlo sia un nostro preciso dovere.


castelfranco veneto

 

FERRUCCIO MACOLA 1861-1910

 

villa Barbarella-Angaran-Macola

La villa Barbarella-Angaran-Macola- Degli Azzoni Avogadro.

La posizione della villa è incantevole: sorge infatti sopra le basi delle mura nelle quali è inserita. Vi si accede da una lunga scala di pietra e all’interno ripropone il tipo della villa veneta con salone centrale e ambienti laterali. La villa, il giardino e l’ampio cortile sono chiusi da due lati dalle mura del castello con la torre di nord-ovest e dalle adiacenze, creando così un angolo tranquillo e silenzioso nel cuore della città. Per secoli è stata proprietà della famiglia Barbarella, poi, nel Settecento, della famiglia patrizia veneziana Angaran, alla quale si deve la bella rilevazione planimetrica riprodotta alla fine di questa pagina. Agli inizi del ‘900 risultava di proprietà dell’avv. Albino Bossum che, con atto di vendita del 17/10/1903, cedette l’intero compendio al conte Ferruccio Macola. È stato il conte Macola, a quanto pare, a cambiare in parte l’aspetto centrale della facciata della villa, sostituendo l’originale classico timpano triangolare che la dominava, con una torre merlata ornata di stemmi. Alla sua morte (18 agosto 1910) la proprietà passò agli eredi che, con atto di vendita del 9 agosto 1911, la cedettero al conte Rizzolino degli Azzoni Avogadro.
Il complesso è tuttora dei suoi discendenti e precisamente, come usufruttuario, del conte Roberto degli Azzoni Avogadro e, come proprietario, del conte Valperto degli Azzoni Avogadro. Da parecchi anni l’intero compendio è affittato al Conservatorio Statale di Musica ”Agostino Steffani”.

Particolare della rilevazione planimetrica della proprietà del N.H. Lunario Angaran con sezione della casa padronale inserita nella cortina muraria. Gio.Alvise Gattolini, Pubblico Perito. 23 luglio 1781

 

mura castelfranco veneto

Certamente ora non è più “un angolo tranquillo e silenzioso nel cuore della città”, ma è invece un luogo pieno di vita per la presenza di molti studenti, vivificato anche dalle tante note musicali che escono dalle varie aule. La torre d’angolo e le mura che racchiudono il giardino. Sulla sinistra appare anche la facciata della villa verso Piazza Giorgione. Le pagine che seguono sono dedicate a ricordare la figura del conte Ferruccio Macola (1861-1910) che, deputato al Parlamento per il Collegio Elettorale di Castelfranco – Asolo negli anni 1895 – 1909, nel primo decennio dominò la politica di Castelfranco.

Da ragazzo difficile e quasi anarchico, nella maturità divenne un conservatore, un reazionario che usava spesso un linguaggio aggressivo e violento, tanto che affrontò numerosi duelli secondo il codice cavalleresco allora ancora seguito. Condusse una vita che lasciò perplessa la pacifica, sonnolenta e provinciale Castelfranco di quel periodo. Trenta anni dopo la sua morte in città si parlava ancora di lui, mentre oggi è praticamente sconosciuto alla quasi totalità dei castellani. Ferruccio Macola nasce a Camposampiero il 17 maggio 1861 da “nobile famiglia, ma sprovvista di mezzi”, figlio del conte Evaristo Macola, allora impiegato presso la Imperial-Regia Pretura di Camposampiero e poi, dal febbraio 1868, segretario comunale di Castelfranco.

ferruccio macolaRivela presto un carattere irrequieto e insofferente ad ogni disciplina. Il padre, confidando di assicurargli una educazione più severa, lo fa entrare nel 1877 nel collegio della marina militare di Venezia, dove però, rimasto ribelle nello spirito, finisce in cella di rigore. Scriverà poi, in relazione a tale esperienza, il suo primo libro “Come si vive nella marina e nell’esercito”. Il padre lo ritira dal collegio della marina militare iscrivendolo agli istituti professionali; ma, un anno dopo, il figlio s’imbarca come allievo ufficiale nei piroscafi della Navigazione Generale Italiana inaugurando una esperienza che ricorderà poi nel suo secondo libro: “Nella città dei Sultani”.
Sempre irrequieto, nel 1882 si dimette da ufficiale della marina mercantile e si stabilisce a Genova dove inizialmente appoggia la lotta dei marittimi contro la Compagnia di Navigazione Generale.
A venticinque anni, fonda e dirige il giornale di Genova “Il Secolo XIX”. Nel 1887 va in Eritrea come inviato speciale del suo giornale e attacca il comportamento delle autorità militari, le quali lo considerano “indesiderabile” e ne dispongono il rimpatrio. Ritorna a Genova a dirigere il suo giornale, ma entrando in contrasto con i suoi vecchi amici della “Confederazione Operaia”, si trova a vivere in un clima molto difficile. Allora cede la sua quota di proprietà del giornale e si trasferisce a Venezia dove, nel 1888, compera la “Gazzetta di Venezia”, che era in gravi difficoltà, e riesce a darle nuova vita. La sua carriera politica inizia nel 1890 quando, grazie al grande aiuto del padre segretario comunale, viene eletto nel mandamento di Castelfranco al Consiglio Provinciale. Sa crearsi presto una larga clientela con il suo attivissimo intervento per soccorrere ed ottenere sussidi per gli agricoltori di Loria e Riese che avevano avuto completamente distrutti i raccolti da una tremenda grandinata. Si dimostra poi sempre pronto a favorire quanti gli chiedono aiuti ed assistenza.
Nel 1892 si candida deputato nel Collegio di Mirano-Dolo, ma viene sconfitto. Intraprende allora un viaggio inAmerica Latina dove si distingue per una notevole inchiesta sulle condizioni degli emigranti veneti. Ne deriverà poi, nel 1894, l’interessante volume “L’Europa alla conquista dell’America Latina”, che avrà grande successo. Con la sua “Gazzetta di Venezia” dà subito un pieno appoggio aMons. Giuseppe Sarto, nominato Patriarca di Venezia, e futuro Papa Pio X, che voleva trovare la via per far cadere la giunta comunale liberal-democratica di Venezia, riconoscendo nei programmi dei clericali anche il proprio pensiero conservatore. Le elezioni del 1895 a Venezia vedono il trionfo della coalizione clericale moderata che governerà il comune di Venezia per 25 anni con il sindaco Filippo Grimani. Ferruccio Macola si presenta nel 1895 candidato al collegio Castelfranco- Asolo. Viene eletto e resterà deputato dal 1895 al 1909, dominando la vita politica di Castelfranco Veneto, che in tale periodo è segnata dalle giunte del sindacoAzzo degli Azzoni Avogadro, sostenute da conservatori e clericali. Il conte Macola trovò il modo di inimicarsi anche il futuro re Vittorio Emanuele III. Scrive infatti Plinio Turcato nel suo libro “Pagine di vita socialista”: “Si sa che Casa Reale non vedeva di buon occhio il fidanzamento di Vittorio Emanuele con Elena di Montenegro. Macola, cui tenne bordone Scarfoglio di Napoli, cercò di impedire il matrimonio, chiamando la fidanzata del principe “rosicchiatrice di castagne”. Il carattere violento e collerico del conte lo portò a scontrarsi spesso con deputati e giornalisti. Il 6marzo 1898, a villa Cellere, nei dintorni di Roma, ebbe luogo un suo duello con l’on. Felice Cavallotti, radicale ed esponente della sinistra. L’on. Cavallotti attaccò furiosamente e ne ebbe la gola squarciata dalla lama protesa dell’on. Macola, morendo quasi subito.

il secolo illustrato

Il duello Cavallotti-Macola

Il vincitore soffrì duramente per quel tragico duello, tanto da restarne influenzato nella sua vita successiva. Nell’ottobre 1900 Ferruccio Macola sposa Francesca Moresco, figlia del sindaco di Castello di Godego e della contessa Sofia Felissent, sperando di trovare nella famiglia una vita più tranquilla, tanto che nel 1902 vendette il suo polemico giornale “Gazzetta di Venezia”; ma la moglie morì nell’anno successivo. Nel 1905 la vittoria della coalizione liberal-democratica e socialista nelle elezioni comunali di Castelfranco segna l’inizio della perdita di potere del Macola nel suo territorio elettorale e lo spinge a rinunciare a presentarsi candidato nelle elezioni del 1909. Si sposa, una seconda volta, con la figlia di un generale, Luisa Milanovich di Rovigo,ma ormai soffriva di grandi disturbi nervosi, tanto da venire ricoverato in una clinica per malattie mentali di Merato Milanese dove, il 18 agosto 1910, si uccide tirandosi un colpo di rivoltella alla tempia.

 

FERDINANDO TURCATO

 

Nato a Castelfranco Veneto il 13 agosto 1847 al civico n. 72 all’interno del castello. Dopo aver frequentato le classi elementari si dedicò al lavoro del legno nel laboratorio del padre che era un ottimo artigiano del settore e manifestò presto la sua passione per il disegno. Vicino ai vent’anni si rese conto con preoccupazione della sua scarsa cultura e si mise a studiare da solo con passione. Il 12 maggio 1869 scrisse nel suo diario: “ Gli studi saranno sempre per me oggetto di grande interesse e di grande affetto.” Cominciò a studiare il francese, più tardi anche il tedesco dimostrando che aveva una personalità fuori del comune. Nel 1870 promosse la costituzione di una “Società di canto corale” e poi si iscrisse alla scuola di musica diretta dal maestro Andrea Serato. La “Società d’Incoraggiamento all’Istruzione Operaia”, presieduta dall’avvocato Valerio Bianchetti, lo volle come consigliere. Fu questo il suo primo passo nella vita pubblica di Castelfranco. In quello stesso anno gli morì il padre e trovandosi a capo di una azienda piena di impegni e, quindi, con le necessità della famiglia e degli affari che assorbivano in pieno il suo tempo, solo nelle ore di riposo trovò la possibilità per continuare i suoi studi. A 24 anni si iscrisse come uditore al Ginnasio Tecnico, ricavandone intense soddisfazioni. Nel 1874 venne istituita a Castelfranco una “Scuola serale di Commercio” e subito si iscrisse.

Nota: 1) Con il Catasto Napoleonico del 1810 i numeri civici all’interno del castello andavano dal n.1 al n. 134, poi continuavano all’esterno del castello fino al n. 736, senza riferimento alle singole vie. Il n. 72 risulterebbe situato nella Contrada del Paradiso.

 

Purtroppo i dieci iscritti presto si ridussero a cinque e poi a tre. Pertanto quella scuola venne chiusa “con grande vergogna della gioventù castellana”. Sposatosi nel 1877 con Antonietta Basso, che egli definisce “una buona, gentile e leggiadra fanciulla”, continuò sempre alacremente lo sviluppo dell’educazione popolare e contribuì amigliorare e irrobustire l’ordinamento e la costituzione della “Società Operaia di Mutuo Soccorso”, ottenendo che vi venissero accolte anche le donne. Il problema dell’Educazione del Popolo era per lui essenziale e lo trattava con insistenza sia nelle conversazioni amichevoli sia nelle assemblee pubbliche, infine anche sulla stampa (come fece nel 1880 nel giornale “L’Operaio”). Quando finalmente il socialismo si staccò dall’anarchia (1892) ne fu entusiasta e, con altri pochissimi, cominciò a raccogliere il primo manipolo di uomini liberi disposti a farsi propagatori dell’idea socialista. Nel 1896 promosse la costituzione della Sezione Socialista di Castelfranco e cominciò a scrivere settimanalmente articoli e corrispondenze con i giornali “Grido del Popolo” di Torino, l’ “Eco dei Lavoratori” di Padova, il “Visentin” di Vicenza e “Il Lavoratore” di Treviso.

Foto di un gruppo di falegnami ed apprendisti della falegnameria di Ferdinando Turcato situata all’interno del castello. In prima fila, seduto a terra, secondo da sinistra: Pacifico Guidolin, singolare figura di socialista umanitario, fondatore nel 1921 dell’Università Popolare di Castelfranco.

Il primo nucleo di socialisti nasce nella sua bottega di falegnameria che divenne presto il riferimento per tanti giovani castellani. È il 1898: gravi tumulti scoppiano in diverse località d’Italia in seguito al rincaro del prezzo del pane. All’inizio di maggio le dimostrazioni anti governative raggiungono l’acme. In molti centri viene proclamata la legge marziale e l’ordine è ristabilito solo dopo violenti scontri che provocano un centinaio di morti, in particolare a Milano dove il generale Bava Beccarsi scatena l’artiglieria contro le barricate. Numerosi esponenti socialisti vengono arrestati. Nelle nostre zone alcuni irresponsabili che hanno in odio la sinistra diffondono la voce della pericolosità dei socialisti castellani, senza forse rendersi conto che in momenti così difficili eccitare gli animi poteva condurre a far perseguire anche pacifici galantuomini. È quello che, incredibilmente, avviene proprio a Castelfranco, dove viene sciolta la locale sezione del partito e vengono effettuati alcuni arresti. Tra questi quello dello stesso Ferdinando Turcato che ricorderà la triste esperienzain pagine cariche di misura e dignità, che vale la pena riportare di seguito integralmente:

“Per quanto i tristi avvenimenti di quei giorni m’avessero preparato ad ogni sorpresa, e per quanto la mia coscienza fosse tranquilla, pure l’ordine telegrafico prefettizio per l’immediato mio arresto e traduzione alle carceri di Treviso sulle prime mi impressionò, nei riguardi specialmente de’ miei sei figli e della mia carissima Antonietta. Riavutomi della mia prima impressione, chiesi al Maresciallo Beltrame, cortese e pur ei commosso, alcuni minuti onde predisporre alla meno peggio delle mie cose; incoraggiai la moglie, raccomandai ai figli di aiutarla e confortarla in ogni guisa, e all’impareggiabile amico Luigi Serato, subito accorso, affidai l’intera famiglia. Commosso, ma pieno di forza e di fede m’avviai, libero, seguito a pochi passi dai carabinieri, verso la caserma. Per strada m’accompagnai a Battocchio e in caserma trovammo Ugo Campagnolo… Approssimandosi il momento della partenza, il Maresciallo ci invitò gentilmente a lasciarci ammanettare e legare l’uno all’altro. Questa umiliante operazione, dico il vero, fece soffrire orribilmente il mio spirito e quello dei due compagni. Fu un colpo brutale alla nostra dignità di uomini e di galantuomini e, reprimendo un senso di intima ribellione, non potemmo far a meno di dire ai carabinieri: Ecco nelle vostre mani i più grandi malfattori di Castelfranco! Luigi Serato, giunto in caserma pochi minuti prima della partenza, quando ci vide ammanettati e legati come volgari ladri, scoppiò in singhiozzi come un fanciullo…”

ferdinando turcato

Ferdinando Turcato (il primo a sinistra in alto) con alcuni dei suoi collaboratori.

Il carcere si dischiuse presto, poiché il castello di accuse di sobillazione, eccittamento alla guerra civile, alla devastazione e all’incendio si sfasciò alle prime indagini. Gli avversari persero la loro iniziativa e nel 1899 gli elettori socialisti vollero Ferdinando Turcato con ampio sostegno loro rappresentante al Consiglio Comunale.
Ferdinando Turcato rimane Consigliere Comunale dal 1899 fino alle elezioni del 20 ottobre 1912. Particolarmente rilevante sarà il periodo che segue le elezioni amministrative del 7 ottobre 1905, vinte dal blocco liberal-democratico con cui si erano alleati i socialisti, che venne a rompere un prolungato monopolio dei clerico-moderati in tutta la provincia, così da causare, tra l’altro, le allarmate reazioni del vescovo Longhin e dello stesso papa Pio X. La nuova maggioranza, guidata dal liberal-democratico avv. Albino Bossum e appoggiata dai sei consiglieri socialisti capeggiati da Ferdinando Turcato, durerà fino al 18 aprile 1912, quando i socialisti si ritireranno non essendo state accolte alcune loro richieste. Sono solo sette anni, ma che hanno comportato una vera e propria rivoluzione economica per la città. Castelfranco, da sempre agricola, commerciale e artigianale, diventa, con il pieno appoggio dei socialisti, una città industriale. Ferdinando Turcato, comunque, continua sempre a occuparsi anche dei monumenti e della storia di Castelfranco.

In occasione del restauro della torre civica presenta un suo personale progetto e comincia una laboriosa consultazione degli archivi del Comune e delle pubblicazioni che hanno trattato la storia di Castelfranco. Esiste tuttora, presso la nipote dott.Antonietta Turcato, una notevole raccolta di queste sue ricerche che gli permisero di pubblicare sul Gazzettino numerosi articoli sulla storia della città. Lo scoppio della grande guerra gli sottrasse l’aiuto dei figli obbligandolo a raddoppiare il suo lavoro e i suoi impegni, finchè cadde ammalato. La mente rimase limpida e serena, ma all’alba del 15 settembre 1917 cessò di vivere. Imponenti furono i funerali, fatti in forma puramente civile, e numerose furono le commemorazioni fatte dalle autorità a ricordo di quello che era stato “il vecchio patriarca del socialismo castellano”

Nota: 3) L’espressione è di Luigi Urettini, nella sua “Storia di Castelfranco Veneto”.

 

ALBINO BOSSUM E ALBERTO MARIO BOSSUM

 

Villa Barea-Bossum

La Villa Barea-Bossum ora Cervellin

All’interno del Castello uno degli angoli più suggestivi è quello di sud-est, occupato dalla Villa Barea Bossum e dal suo giardino. Si ritiene che l’attuale edificio sia il risultato della radicale ristrutturazione avvenuta nella prima metà del ‘700 accorpando alcune costruzioni del secolo precedente al fine di ottenere un sobrio palazzotto quale dimora dei nobili Barea. Non è escluso che vi sia stato anche un qualche intervento di FrancescoMaria Preti, imparentato con tale famiglia. L’insieme si compone di due corpi: l’edificio residenziale padronale orienta la facciata principale verso ovest, l’annesso di servizio verso la strada a nord. Nella facciata posteriore dell’edificio residenziale una elegante scala di pietra con due brevi rampe e un pianerottolo intermedio dà l’accesso alla sala del piano nobile.
Il giardino retrostante non appare dall’esterno essendo chiuso su due lati dalle imponenti mura del castello (con la romantica presenza di una grande torre) e negli altri due lati dagli edifici. L’architetto Francesco Maria Preti, uno dei più illustri figli di Castelfranco e autore dei due principali monumenti all’interno del castello (il Duomo e il Teatro Accademico), trascorse gli ultimi anni della sua vita proprio in questa casa. Attorno al 1776 lasciò la sua dimora in borgo della Pieve a causa della sua salute sempre più precaria e andò ospite del nipote Francesco Maria Barea (4), in una abitazione anche più agevole per raggiungere i Consigli del Comune e partecipare alle riunioni e agli spettacoli nel suo Teatro Accademico. La salute andò però progressivamente peggiorando, portandolo prima alla quasi cecità e poi – il 23 dicembre 1774 – alla morte. Fu sepolto nella tomba che aveva preparato per i suoi genitori e per sé nel pavimento sotto la cupola del Duomo, caratterizzata dalla iscrizione funeraria: “CINERESNOBILIS VIRI FRANCISCI MARIAE PRETI HVIVS PATRIAE AEDIS ARCHIT – OB X KAL JANUAR MDCCLXXV.”

Nota: 4) Francesco Maria Barea era marito di Laura Colonna, figlia del conte Francesco Colonna e di Antonia Preti, sorella di Francesco Maria Preti.

 

L’Avv. ALBINO BOSSUM 1862-1928

 

Nato a Castelfranco il 24 agosto 1862, l’avv. Albino Bossumè personaggio di rilievo della storia castellana, soprattutto quale promotore dell’alleanza dei liberal democratici con i socialisti, che esce vincitrice delle elezioni amministrative comunali dell’8 ottobre 1905, consegnandogli la carica di sindaco. Dopo un ventennio di stagnazione contraddistinto dalle scelte conservatrici ed ostili all’industrializzazione che avevano segnato le precedenti amministrazioni, espressione di una maggioranza clerico-moderata, il Bossum saprà infatti, grazie anche all’appoggio costruttivo dei sei consiglieri socialisti, che tuttavia preferiranno non entrare direttamente in giunta, perseguire con tenacia e concretezza un disegno di profondamodernizzazione della città. Giacinto Cecchetto, nei suoi studi su quel periodo, ha ben evidenziato la “soluzione di continuità” rappresentata da quanto avvenuto: “l’appuntamento elettorale dell’autunno 1905 innesca un’inversione di tendenza epocale, che segnerà irrevocabilmente il destino della città: l’industrializzazione programmata degli anni pre-bellici innoverà l’urbanistico esterno al centro storico (insediamenti industriali, case operaie, viale della stazione) e darà vita a un consistente ceto operaio. Prima fondamentale tappa per l’industrializzazione della città è l’accordo del 1907 con la società F.E.R.V.E.T. (fabbricazioni e riparazioni vagoni e tramway), con sede a Bergamo, che può giungere a positiva conclusione grazie al rilievo ormai raggiunto nell’area veneta dal nodo ferroviario di Castelfranco, nonché agli incentivi costituiti dalla messa a disposizione del terreno su cui far sorgere il nuovo complesso, dall’esenzione delle tasse comunali e dell’asicurazione di un interessamento diretto a livello politico per assicurare per il nascente stabilimento un consistente livello di ordinativi da parte delle Ferrovie dello Stato. L’anno dopo il Comune riesce a favorire l’apertura del Cotonificio Viganò nei pressi della Stazione Ferroviaria, sempre grazie alla messa a disposizione del terreno e ad una intelligente politica di incentivi, che, sia pur diversamente articolati, caratterizzeranno in altro contesto anche la politica di rilancio economico del territorio nel secondo dopoguerra propugnata dai fratelli democristiani Domenico e Gino Sartor, come ha notato l’Urettini. Con la nascita di alcune grandi industrie va formandosi anche un ceto operaio, e – a ruota – andrà sviluppandosi anche l’edilizia popolare, che darà vita ad un vero e proprio quartiere….

fervet

La F.E.R.V.E.T., tuttora esistente dopo più di cento anni e che si spera che possa continuare la sua attività.

Nota: 6) Luigi Urettini: “ Storia di Castelfranco”.

A tale intervento urbanistico ne faranno seguito vari altri, che per certi versi finiranno con il caratterizzare indelebilmente la città: la nuova viabilità tra Borgo Treviso e Stazione, che si dimostrerà stimolo fondamentale per un nuovo sviluppo edilizio verso est; la creazione di pubbliche latrine; la realizzazione di nuovi edifici scolastici e di un patronato; il sostegno per l’apertura di un Albergo, il Roma in Borgo Treviso, e del Kursaal Italia, posto nell’angolo nord-est della piazza del mercato, destinato a diventare il primo impianto cinematografico in città. Il 18 aprile 1912, a seguito del venir meno del sostegno da parte dei consiglieri socialisti, che non avevano viste accolte alcune loro richieste, si pervenne alla caduta di una giunta che in soli sette anni era riuscita a dare un nuovo volto e una nuova dinamicità a Castelfranco.

L’avv. Albino Bossum verrà subito rieletto consigliere il 20 ottobre 1912, ma poi si dimetterà il 21 maggio 1913 per non tornare più a far parte del Consiglio. Lo si ritrova tuttavia nuovamente protagonista nel 1924 quando, sull’onda dell’indignazione verso i fascisti per l’omicidio Matteotti, darà vita, con Pacifico Guidolin, ad un “Comitato delle opposizioni”, che tuttavia in quella difficile situazione non riuscì a dimostrarsi mai veramente incisivo.

Cotonificio Viganò

Gli anni successivi lo vedono nuovamente attore nell’ambito di dispute politiche, in particolare nel 1925 sarà protagonista di una sfida a duello con il conte Piero di Polcenigo, primario medico dell’Ospedale Civile e segretario politico del fascio cittadino, e nel 1926 vittima della devastazione del suo studio ad opera degli squadristi fascisti, nell’ambito di una “ritorsione” per il fallito tentativo di attentato al Duce da parte dell’anarchico Anteo Zamboni a Bologna, che a Pacifico Guidolin e ad altri antifascisti costò invece una pesante bastonatura. Muore il 9 marzo 1928 a 66 anni.

Domenica del Corriere

Castelfranco è ormai una città industriale. Nella “Domenica del Corriere” (allora il più diffuso settimanale italiano) dell’8 marzo 1914 apparve una grande tavola a colori di A. Beltrame, dedicato a uno sciopero femminile, uno dei primi verificatisi in Italia, trasformatosi in una furibonda zuffa, con intervento dei carabinieri, tra le 60 operaie del Cotonificio Viganò di Castelfranco Veneto che continuavano a lavorare e le 170 che avevano aderito allo sciopero.

 

Avv. ALBERTO MARIO BOSSUM 1857-1954

primo sindaco di Castelfranco dopo la liberazione

Il 29 aprile 1945 i tedeschi abbandonarono Castelfranco e, nello stesso giorno il Comitato di Liberazione Nazionale occupò il Municipio e nominò Sindaco il comunista avv. Alberto Mario Bossum, affiancato da una Giunta popolare di Amministrazione composta dal democristiano Mario Boni, dal comunista Pietro Bresolin, dal socialista Pacifico Guidolin e da Luigi Salvador del Partito d’Azione. Il Sindaco Bossum si trovò di fronte il tragico periodo del primo dopoguerra con gli enormi problemi della mancanza di viveri, di lavoro e di case, con una città piena di rovine causate dai bombardamenti aerei. Purtroppo non aveva ereditato la capacità brillante e costruttiva del padre Albino. Il 10 dicembre 1945 venne nominata una nuova e più numerosa Giunta Comunale, confermando Sindaco l’avv. Bossum. Il 4 marzo 1946 fu però sostituito nella carica di SindacodaGino Sartor. Il 6 aprile 1946 ebbero luogo le prime elezioni amministrativema l’avv. Bossumnon ricomparve né in questo Consiglio Comunale, né nei Consigli Comunali successivi. Scrive Luigi Urettini nella sua “Storia di Castelfranco”: “I fratelli Sartor, figure emergenti della Democrazia Cristiana, iniziarono subito quell’occupazione del potere locale che li renderà per decenni i padroni incontrastati della vita politica, non solo cittadina”. Scrive ancora nello stesso volume: “ Allontanatosi ormai il pericolo socialcomunista, la Democrazia Cristiana di Castelfranco può ora dedicarsi tranquillamente a consolidare la sua duratura egemonia su tutta la società Castellana, iniziando l’opera di ricostruzione”. Grazie al suo prestigio personale, l’on. Sartor può permettersi di intrattenere, in tempo di guerra fredda e di acceso anticomunismo, rapporti cordiali con i dirigenti del Partito Comunista di Castelfranco; in particolare con Pietro Bresolin, già Presidente del C.N.L. locale, e ora Presidente dell’Unione Cooperativa alla quale il leader democristiano affida la costruzione dell’ospedale cittadino. Il P.C.I. ha infatti espulso per = frazionismo = il “Sindaco della Liberazione” Alberto Mario Bossum; in realtà perché il suo spirito laico e libertario non accettava compromessi coi democristiani.” Persa definitivamente ogni carica, l’avvocato Alberto Mario Bossum rimase comunque noto in città come avvocato, conosciuto anche per la ricercata eleganza nel vestire. Muore il 27 novembre 1954 all’età di 67 anni.

Mario Bossum

La sua morte venne resa nota il giorno seguente dal giornale “Il Gazzettino” Lo studio legale della famiglia è stato portato avanti dal nipote avv. AlbertoMogno Bossum (1923-1980), che era stato Commissario di un gruppo partigiano e poi Segretario della Camera del Lavoro di Castelfranco Veneto.

Nota: 8 ) pag. 207

 

castelfranco veneto

Personalmente ho avuto ben pochi rapporti con l’avv.AlbertoMario Bossum, ma non ho certo dimenticato uno strano e curioso attraversamento della piazza durante un mercato del venerdì. Sono passati più di cinquanta anni da allora, ma il ricordo è tuttora vivissimo. Lo vidi uscire da casa Franceschini, che sorge accanto alla via Romanina, e dirigersi verso la piazza, evidentemente per tornare nella sua casa e nello studio all’interno del castello. Io, che dovevo attraversare la piazza per recarmi in Municipio, lo seguii. Era un venerdì d’estate, particolarmente caldo, e Bossum indossava un elegante vestito in lino bianchissimo, con adeguata cravatta. Attraversati i portici, Bossum si trovò di fronte alla consueta marea di vacche e buoi, di contadini e mediatori. Si rivolse alla marea dicendo ad alta voce: “Questa è una Beozia!”. Rimasi stupefatto perché, se era possibile che una persona di tale eleganza non gradisse vedere la nostra bella piazza ridotta ad una specie di grande stalla, non comprendevo però la ragione di nominare la rozza Beozia, i cui abitanti erano ritenuti persone di mente tarda e ottusi. Ritengo che nessuno dei presenti capì cosa volessero dire le sue parole, ma il tono molto alto della voce venne giustamente interpretato come una richiesta di passaggio. Passaggio che gli venne subito dato spostando un poco i bovini. Questo stesso comportamento venne ripetuto altre tre volte finchè, superata la piazza, potè mettere i piedi sul ponte dei Beghi (che i castellani chiamano ponte dei bechi). Disse ancora, ad alta voce, “Sì, questa è proprio una Beozia!”, poi riprese in silenzio il suo cammino.

 

PAOLA DRIGO 1876-1938

 

Paola Drigo

Paola Bianchetti (che come scrittrice userà poi il cognome del marito: DRIGO) nasce il 4 gennaio 1876 nel cuore di Castelfranco, in via Castello – ora via Francesco Maria Preti – in ambiente profondamente castellano. Infatti il nonno, avvocato Giovan Battista Loro, deputato al Parlamento per Castelfranco dal 1867 al 1870, e il padre, Giuseppe Valerio Bianchetti (1843- 1888), garibaldino e vivace scrittore, prendono parte attiva alla vita politica e culturale della città. Il padre è stato poi l’oratore ufficiale all’inaugurazione del monumento a Giorgione avvenuta a Castelfranco il 5 ottobre 1878. Cresciuta in un ambiente familiare aperto e stimolante, si distingue fin da giovinetta quale prima donna a frequentare il liceo classico “Canova” di Treviso, creando così una situazione inedita che spingerà i responsabili a disporre l’ingresso in classe prima della campanella per evitare una contiguità con gli allievi maschi nei corridoi e per le scale, ritenuta sconveniente per la rigida mentalità dell’epoca. Donna bella e dall’imponente statura, nel 1898, a ventidue anni, sposò il padovano Giorgio Drigo, ricco proprietario terriero, che aveva 19 anni più di lei. Nel 1900 la coppia si trasferisce a vivere nella grande villa di lui a Mussolente. L’attività letteraria della Drigo comincia nel 1913 con la pubblicazione, presso Treves, di due libri di novelle: “La Fortuna”; nel 1918 “Codino”; nel 1932 “ La signora Anna”; nel 1936 “Fine d’Agosto”. Il capolavoro resta comunque il romanzo “Maria Zef” edito nel 1936, che le darà grande notorietà, con sei edizioni nei primi anni e grande successo di critica e di pubblico, sanciti – tra l’altro – dalla candidatura al Premio Viareggio e dalle lodi dell’Accademia. La fortuna del libro, sia pure in ambito più “elitario”, proseguirà anche nel secondo dopoguerra, con ulteriori 11 edizioni e la traduzione anche in lingua tedesca, croata, ceca e inglese. Si tratta di un libro crudo e senza compromessi, che lessi quasi cinquant’anni or sono, e che ancor oggi ricordo per la forza dello sviluppo narrativo e l’efficacia dell’ambientazione in una realtà povera e miserabile, dominata dalla solitudine dei grandi inverni e dall’abbruttimento generato da povertà e solitudine. Stupisce, in effetti, la capacità dimostrata da una scrittrice socialmente appartenente alla ricca borghesia, formata ai valori di Patria e Cultura, abituata a frequentare ambientimondani e letterari, nel descrivere con eccezionale realismo – da tutti riconosciuto – un ambiente come quello della Carnia di allora, caratterizzato dall’analfabetismo e dalla fame, in cui il problema fondamentale dei personaggi si risolve nella dura lotta per la sopravvivenza e nell’affermazione di istinti (nobili o abbietti) primordiali. La fortuna del romanzo perdura, anche se prevalentemente confinata agli “addetti ai lavori”, nonostante il passare dei decenni e le profonde modificazioni intervenute negli ambienti oggetto di narrazione. Nel 1981 il regista Vittorio Cottafavi, autore di pregevoli sceneggiati televisivi, gira il film“Maria Zef” per la televisione; sull’illustre esempio di “La terra trema” di Luchino Visconti, parlato in siciliano con sottotitoli in italiano, il film di Cottafavi è parlato in friulano con sottotitoli in italiano. Ancora nel 1996, in occasione della nona edizione del Salone del Libro di Torino, dedicato alla “scrittura al femminile”, Claudio Magris, docente nelle Università di Trieste e Torino, nonché autore di numerose opere di saggistica e narrativa, sottolinea come “un libro come ‘Maria Zef ’ di Paola Drigo (libro straordinario, al quale non è ancora stato assegnato il posto che gli compete nella letteratura italiana del ‘900) è un grande libro femminile, che non poteva essere scritto certo da un uomo, e che afferma tanto più fortemente la propria femminilità in senso forte e dirompente, senza alcuna indulgenza alla femminilità tradizionale vista e/o creata dagli uomini”. Paola Drigo muore a Padova il 4 gennaio 1938, ed è triste vedere che, a oltre settant’anni dalla suamorte, una delle figure più illustri nella storia di Castelfranco non abbia ancora avuto un degno riconoscimento nella sua città natale, laddove da tempo sia Treviso che Roma le hanno intitolato una via.
Paola Drigo, inspiegabilmente e ingiustamente, è completamente sconosciuta alla quasi totalità dei cittadini di Castelfranco e del suo territorio. Per questo motivo nell’anno rotariano 2005-2006 il Rotary Club di Castelfranco-Asolo ha voluto curare e pubblicare questo libro per far conoscere ai cittadini della castellana questa illustre scrittrice che ha avuto notorietà, fama e giusto apprezzamento anche oltre i confini nazionali, ma non nella terra natale.

castelfranco veneto

 

LA CORTE DELLE BELLE DONNE

 

Vico Calabrò

Il pittore Vico Calabrò fece dieci grandi e belle incisioni dedicate ai primi secoli della storia di Castelfranco. Alcune sono di tono serio e malinconico, altre di colore vivace e di carattere scherzoso. A queste ultime appartiene quella dedicata alla “Corte delle Belle Donne” con il titolo “Il paradiso”.

 

Si ritiene che la denominazione “Corte delle Belle Donne” derivi dal fatto che in quel luogo nel medioevo era collocato il postribolo (allora chiamato stupa) nel quale potevano alloggiare non più di quattro meretrici che potevano uscire solo nel giorno di mercato per provvedersi di quanto necessario per la vita, e, per non essere confuse con le donne oneste, dovevano portare un cappuccio rosso sormontato da un sonaglio. Se uscivano nei giorni non previsti potevano essere spogliate delle loro bvesti e frustate pubblicamente per la città. È evidente che, scomparso il postribolo, ci fu un cittadino benestante che non si preoccupò dell’origine infamante del luogo e si fece costruire nel seicento un bell’edificio signorile di una certa importanza. Così si presentava la facciata verso il Vicolo del Paradiso prima dei crolli interni e della successiva demolizione della facciata a nord-ovest. Un portale interno è tuttora esistente. È quello nella pagina seguente ed è una conferma del tono gentilizio dell’edificio originale. Da un’accurata ricerca storica fatta nel 2007 dall’architetto Steno Sbrissa per conto del Comune di Castelfranco, alla prima identificazione planimetrica della Corte delle Belle Donne nel Catasto Fabbricati del 1940, questa risultava di proprietà della Ditta Fratelli Mura.

Già allora l’edificio doveva essere in uno stato di degrado notevole. Certo lo era quando ebbi l’occasione, per un particolare incarico, di visitare la parte centrale dell’immobile verso la fine degli anni cinquanta. Ho riscontrato allora una struttura signorilema ridotta in uno stato di notevole deterioramento e abitato da famiglie moltomodeste che occupavano tutti gli spazi reperibili. Alcune persone abitanti da molto tempo nella zona mi raccontarono che nell’immediato dopoguerra una ventina di famiglie avevano occupato l’immobile nella maniera più totale. Alcuni inquilini usufruivano per dormire anche del sottotetto che raggiungevano a mezzo di una scala mobile a pioli di legno. Naturalmente, quando cominciarono i primi segni di crollo del fabbricato, tutti dovettero abbandonarlo. I crolli avvennero in due fasi successive e, per ultimo, venne demolito, ritengo per ragioni di sicurezza, la parte ovest della facciata che era ancora in piedi.

Questa fotografia mostra lo stato del fabbricato alla data del 2 dicembre 1987.

Il Comune intanto, fin dal 1968, aveva cominciato a comperare quanto era disponibile della Corte delle Belle Donne, e anche tutti i fabbricati confinanti che erano disponibili. La Corte delle Belle Donne venne messa in vendita all’asta nel 2007 sulla base di 2.800.000,00 Euro e venne acquistata dalla società “Quinta Strada s.r.l.” con sede in Treviso per l’importo di 3.662.000,00 Euro. Il complesso venduto non corrisponde alla sola Corte delle Belle Donne, ma comprende anche gli altri fabbricati acquistati dal Comune, come indicato dalla linea rossa nel disegno sotto riprodotto. Non ci resta che sperare che presto una bella costruzione faccia sparire questo triste e vergognoso esempio di un fabbricato lasciato in rovina per decine di anni nel cuore della nostra città.

 

ANCHE IL TEATRO ACCADEMICO HA RISCHIATO UN CROLLO IRREPARABILE

 

In occasione del ROTARY INTERNATIONAL (1905 -2005) vennero invitati i Clubs a far conoscere le principali azioni di interesse pubblico intraprese durante la loro attività. Pubblicai allora un fascicolo con l’elenco delle azioni di interesse pubblico intraprese nell’attività più che quarantennale (1963-2004) del nostro Club. Tra queste una è dedicata ad un teatro posto all’interno delle mura e pertanto ne riporto integralmente il testo delle due pagine che seguono.

teatro accademico castelfranco

 

IL RESTAURO DELLA CASA COSTANZO

 

Nei primi anni del novecento la famiglia Menegotto, originaria di Marostica, acquistò nel Vicolo del Paradiso alcuni fabbricati contigui che divennero la loro abitazione. Solo più tardi vennero a conoscenza che vi era conglobata anche l’antica Casa Costanzo, di notevole importanza storica per Castelfranco. Infatti l’antico proprietario, il nobile Tuzio Costanzo, era il personaggio che aveva commissionata al Giorgione la splendida pala di Maria in trono tra i santi Giorgio (o Nicasio) e Francesco posta dinnanzi alla pietra tombale dell’amatissimo figlio Matteo, morto giovinetto nel 1504 combattendo per la Repubblica di Venezia nei pressi di Ravenna. Quando i fratelli Menegotto decisero la divisione dei loro beni in comune, uno dei figli, Ubaldo, nato a Castelfranco nel 1920, chiese, ed ottenne, che gli venisse assegnata la parte dei fabbricati che in origine faceva parte della Casa Costanzo allo scopo di riportarla, con i necessari restauri e per quanto possibile, allo stato originale.

Una parte degli immobili Menegotto prima dei restauri.

Ubaldo Menegotto ha fatto restaurare Casa Costanzo a sua cura e spese. Il restauro, iniziato nel 1989 e finito nel 1992, è stato eseguito in forma quanto mai accurata sotto la direzione degli architetti Steno Sbrissa e Luciano Consolo, riportando anche alla luce, quando è stato possibile rimuovere l’intonaco che li ricopriva, una parte degli affreschi che ornavano le sale. Menegotto è rimasto molto soddisfatto del lavoro eseguito, e ha voluto mantenere i locali liberi e gratuitamente visitabili da tutti, continuando infatti a vivere con la sua famiglia nell’appartamento di Via Pasubio: un raro esempio di grande amore per la propria città. Nel dicembre scorso, quando seppi che era ricoverato in ospedale, andai a fargli visita. Lo trovai fisicamente stremato dalla malattia, ma con una mente perfettamente lucida.Mi disse che aveva già preso la decisione per il futuro della Casa Costanzo. Tre giorni dopo, il 21 dicembre 2009, cessò di vivere. Il Gazzettino rese noto che il Comune aveva acquistato Casa Costanzo con un pagamento dilazionato in trent’anni. Quanto mai saggia la decisione di assicurare alla famiglia una rendita certa per trent’anni e altrettanto saggia la decisione del Comune di acquistare questa storica casa con un pagamento diluito nel tempo. Così, come desiderava Menegotto, la casa non è finita nelle mani di un singolo privato, ma nelle mani del Comune e, quindi, di tutti i cittadini.

affresco

Un grande affresco, soprastante l’antico caminetto, che riproduce gli stemmi di Tuzio Costanzo e di sua moglie Isabella Vernina, appartenente ad una nobilissima famiglia di Maiorca.

 

Castelfranco Veneto

 

 

C’ERA UNA VOLTA IL CINEMA PIO X

 

Eugenio Sartoretto (1913-1987) aprì un cinema nel 1948 nella sala parrocchiale annessa al collegio delle Suore che poi si trasferirono in Borgo Treviso. In occasione di tale trasferimento il cinema, per volontà dell’allora parroco mons. Angelo Mattarucco, fu interamente rinnovato e rimodernato, e venne inaugurato nel 1952. La sala cinematografica fumantenuta sempre in ottime condizioni con dedizione e autentica passione del Signor Sartoretto fino al sofferto abbandono “per raggiunti limiti di età”. Contestualmente alla gestione del Cinema Pio X e fino al 1968/69, Eugenio Sartoretto ricavò dal vicino terrapieno interno delle mura, annesso alla Canonica, i gradini di una arena cinematografica estiva che, per la posizione ed il contorno delle cinta muraria civica, non era priva di un certo fascino.

CINEMA PIO X

Generazioni di castellani lo ricordano con nostalgia anche perché, al suo interno, a cominciare dagli anni cinquanta, era organizzato, il giovedì grasso, un frequentatissimo concorso mascherato per i bambini e negli anni sessanta e inizi settanta vi si svolgevano cine forum per studenti liceali e universitari. Nella seconda metà degli anni ottanta, la sala fu lasciata deperire, venne adibita a magazzino della Caritas, e poi, alla fine, venne demolita.

CINEMA PIO X

Dove sorgeva il Cinema Pio X ora è prevista la costruzione, crisi permettendo, di una OPERA DELDUOMO comprendente un teatro, un museo e un centro culturale, che sarebbe preziosa per Castelfranco.

 

IL PRESEPIO DEL DUOMO

 

presepio castelfranco veneto

L’autore di questo presepio è il castellano Ferruccio Trentin di via Largo Asiago. L’ha costruito con legno, ferro, tanta pazienza e tanto amore. Il tradizionale presepio natalizio ha come sfondo il lato sud della via Francesco Maria Preti e la mole del Duomo. Il tutto è dominato dalle torri e dalle mura del castello che chiudono lo scenario.

 

QUALE AVVENIRE PER IL NOSTRO CASTELLO ?

 

mura di castelfranco veneto

Nel1970, nell’ambitodiunarelazioneavente pertema “Il sorgeredelle due cittàmurate” di CastelfrancoeCittadella, ilprof. GiampaoloBordignon Favero,riferendosi alla loro fondazione otto secoli prima, osservò come “i tempi furonograndiosi se tanta mole è stata fatta ed ancora essa rimane la dote più cospicua delle due città”. Ha ritenuto quindi il castello “la dote più cospicua della nostra città” e, se ciòè vero, e per me lo è, noi cittadini, e il Comune con noi, abbiamo il dovere di dedicare al castello la nostra massima attenzione. Dobbiamo quindi interessarci alla sua manutenzione e alla sua valorizzazione.
Anzitutto alla sua manutenzione perché nel 1998, le fotografie sotto e a latoparlano da sole, in più zone delle mura, ma in particolare nella zona a sudest, edera, erbacce e piante avevano nascosto il rosso dei mattoni con un manto diverdelecuiradicistavanosgretolandolostoricomanufatto. Inalcunipunti,infatti,la struttura poteva essere compromessa dall’edera le cui radici avevano passatofuori per fuori, in qualche punto, lo spessore della cinta.

Fu la Banca Popolare di Castelfranco Veneto che, di sua iniziativa e a sue spese, propose al Comune, che ovviamente accettò edautorizzò ilavori con molto piacere, di ripulire e risanare la zona sudest delle mura, quellapiùcompromessa,che si estendeva dalla Torre Civica fino alla torre d’angolo per arrivare poi finoalle absidi del Duomo.

La Banca Popolare provvide ad una accurata pulizia interna ed esterna delle mura e al consolidamento delle strutture murarie chiudendo i buchi aperti dalle piante rampicanti. Finalmente questa parte delle muracastellane tornarono all’antico splendorefacendo risaltare i caratteristici mattoni rossi che le compongono. Nell’anno seguente, il 1999, fu ripetuto dalla Banca la stessa operazione nell’angolo a nordovest, dove ha sede anche il Conservatorio Musicale.

mura castelfranco

Le mura dopo la ripulitura eseguita nel 1998 a cura della Banca Popolare di Castelfranco Veneto.

Quanto avvenuto ci ha insegnato che dobbiamo provvedere affinché per il futuro le mura e tutte le torri siano mantenute in buone condizioni. La salvaguardia “fisica” delle mura, pur indispensabile, deve tuttavia essere solo un punto di partenza di una più ampia valorizzazione, che ne favorisca unareale fruizione per i cittadini riportando così a nuova vera vita la costruzione piùvecchia della città. Per il nostro castello può essere particolarmente interessante il turismo. Conil completamento della metropolitana di superficie, Castelfranco, città d’arte, potrebbe essere inserita in molti percorsi turistici, in particolare da Venezia, e il castello potrebbe diventare un ulteriore richiamo di prim’ordine. Purtroppo, delle torri del castello, solo una, la torre detta del Giorgione,è accessibile al pubblico. Resta però isolata e poco frequentata non essendo collegata con camminamenti lungo le mura ad altre torri accessibili al pubblico. Sarebbe quindi, a mio avviso, di grande importanza, come primo intervento,rendere accessibile la Torre Civica e collegarla alla Torre del Giorgione con camminamenti lungo le mura di soli 100 metri circa. Tuttavia questo non può certo bastare per ridare vita alle nostre mura. Speroche si studi presto un progetto di ben più largo respiro. Si legga qui sotto cosa hafatto Cittadella per le sue mura. Le mura di Cittadella hanno una lunghezza di 1.461 metri (le mura di Castelfrancohanno una lunghezza di 928 metri).Negli anni 2003/2004 sono stati resi agibili 800 (ottocento) metri di camminamentie sono in corso lavori per completare il giro delle mura.
camminamento mura

Questa è la Torre Civica da rendere accessibile al pubblico e da collegare con camminamenti lungo le mura alla Torre di Giorgione.

Attualmente si entra dalla torredelle Porte Bassanesi,che comprende la casa del Capitano (visitabile), e lungo i camminamenti delle mura si raggiungonole Porte Padovane, dallaparte opposta della città,e si esce dalla Torre di Malta, citata da Dante, che attualmente ospita il Museo Civico Archeologico. I camminamenti sono aperti per 4 ore alla mattina e per 4 ore alpomeriggio tutti i giorni della settimana, festivi compresi, escluso il martedì. È anche disponibile, su richiesta, come accompagnatore, una guida.

 

L’INGRESSO ALLA TORRE DETTA DI GIORGIONE

 

torre di giorgione

La visita di questa torre, l’unica resa agibile per il pubblico a cura dell’architettoManlio Brusatin, è veramentemolto interessante, sia per le belle e attraenti vedute, sia perché le aperture sono protette da griglie apribili se si desidera fare delle fotografie. L’accesso ha luogo nel civico n.18 del Vicolo diMontebelluna e sulla porta c’è l’elenco dei giorni e delle ore disponibili per le visite.

castelfranco veneto

Veduta della piazza Giorgione dalla torre.
Ho scattato la fotografia della pagina che segue dalla casa gialla in centro, che è la casa della mia famiglia, dove sono nato 82 anni or sono e dove ho abitato fino al giorno del mio matrimonio.

Castelfranco Veneto

La torre vista da piazza Giorgione.
Questa torre è la più nota delle quattro torri angolari del castello perché sorge di fronte all’incrocio del corso 29 Aprile con la piazza Giorgione che sono le principali arterie della città. Inoltre ai suoi piedi è collocato il monumento a Giorgione.

giorgione

Il monumento a Giorgione visto dalla torre.

REFERENZE FOTOGRAFICHE:

Beraldo Mario Castelfranco Veneto (foto eseguita da): Imm. 1.
Biblioteca Comunale di Castelfranco Veneto (fornite da) pagg. 12,13.
Marchetti Angelo Aldo (foto eseguite da) imm.2,4,11,19,27,29,32,33,34,35,36,37,39,42.
Istituto Storico della Resistenza e della Soc. Contemporanea in Prov. di Cuneo: Secolo Illustrato 20 marzo 1898: imm. 6.
Turcato dott. Antonietta (foto fornite da): imm. 7,8,10.
Turcato prof. Carla (foto fornita da): imm. 9.
“Domenica del Corriere”, 8 marzo 1914: imm. 14.
Biblioteca Comunale di Treviso, “Il Gazzettino” (fornita da) imm. 15.
Collezione Pisanello Armando, Castelfranco Veneto: imm. 16.
Biblioteca Universitaria di Padova. Periodico “La lettura”: imm. 17.
Archivio della famiglia Drigo: imm. 18.
Rotary Club di Castelfranco Asolo: imm. 24,25.
Incisione di Vico Calabrò: imm. 20.
Comune di Castelfranco Veneto Compendio Immobilia redenominato “Cortedelle Belle Donne” Ric. storica: imm.21,22
Interno Teatro Accademico, Studio Miotto: imm. 26.
Menegotto Ubaldo Castelfranco Veneto (foto fornita da): imm. 28.
Sartoretto dott. Gaetano (foto fornite da): imm. 30,31.
Foto Vanzo Castelfranco Veneto: imm. 38,40
Studio fot. Mario Bozzetto, Cartigliano (Concessione Aeronautica Militare R.G.S. n. 12043 dell’1 marzo 1999): imm. 41

RINGRAZIAMENTI

 

Castelfranco Veneto

Desidero ringraziare vivamente per la collaborazione il dott. Giacinto Cecchetto, la dott.ssa Antonietta Turcato, l’architetto Luca Pozzobon, il dott. Gaetano Sartoretto, la Biblioteca Comunale di Castelfranco Veneto, la Tecnocopie s.n.c. e, per la cura e la professionalità dedicata a questa pubblicazione, il signor Enio Miotto.

castelfranco veneto

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